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Roma, 30 settembre ’10 (Fuoritutto) Le ragioni di Luca Della Robbia sono fondate. Agli esordi è entrato a ragione in competizione addirittura con Donatello, architetto, una sfida visibile nelle due opere per la Cantoria del Duomo a Firenze. Luca ha prodotto un lavoro egregio.
Invece di promuoverlo, almeno al rango di scultore, resta maestro di pietra, un gradino sotto le sue aspirazioni. Così la corporazione o l’ambiente gli hanno tarpato le ali per ulteriori pubbliche committenze Solo nel 1472, ad oltre 70 anni di età, riuscirà ad entrare nella Compagnia di San Luca, dopo un inutile tentativo di far parte della corporazione dei medici e degli speziali. Luca non si era perso d’animo, abbandona l’ingobbio ed ottiene sorprendenti risultati unendo gli smalti stanninici, la miscela piumbifera, una percentuale di ossido di stagno. Il risultato: la colorazione bianca e la vetrificazione ad un tempo. Già il Cennini, architetto, allievo di Agnolo Gaddi, aveva indicato alla fine del ‘400 nella pasta vitrea sottile i segreti di Samarrà e di Malaga e Granada, chiamate ‘maioliche’quest’ultime dal porto di spedizione Maiorca. Sfidato dagli effetti cangianti delle decorazioni architettoniche della Porta di Istar (Babilon), Luca introduce i lustri metallici derivati dagli ossidi di ferro, di rame e cobalto. Il cobalto persiano nelle mani di Luca produce un turchese di rara intensità e purezza fino ad allora sconosciuto. Questi sono i meriti ‘tecnici’ di Luca ai quali si accompagnano nelle terracotta così invetriata, irridescenze cangianti nella seconda cottura nel forno a 600 gradi privato dell’ossigeno. Svanisce il freddo cimiteriale del marmo: il colore ammalia la scultura. L’utilizzo della creta conferisce alle opere delicatezza e soavità plastica, quasi impossibili col marmo. Ora parliamo dell’artista. Nasce con un’ammirazione per il Brunelleschi, per i concetti di spazialità che esprime, ma il suo modellato, specie nel panneggio risente gli influssi tardo-gotici di Domenico Veneziano dai quali non è immune nemmeno Donatello. Secondo Filippo Baldinucci alla formazione stilistica di Luca hanno influito Lorenzo Ghiberti e Jacopo della Quercia. Aggiungerei i coevi l’Angelico ed Antonello ed in una certa misura, appena palpabile, Michelozzo – guarda caso - allievo di Ghiberti e collaboratore di Donatello. Quella di Luca è una singolare, complessa personalità, nella quale confluiscono, insegnamenti e suggerimenti trasfusi dagli artisti cennati, e oltre, la poetica di Giotto, la drammaticità ‘lieve’ di Masaccio e il ‘colore’ del coetaneo Piero della Francesca. Luca è stato ondivago tra il tutto tondo ed il rilievo che non è mai basso. L’unica terracotta datata é del 1442. Lo splendido marmo che pubblichiamo, incastonato in una custodia di leccio, cornice dalla quale è stato tratto solo attorno al 1920, ha fatto emergere la data del 1462, incisa sul bordo esterno. Un ritorno al marmo in tarda età per trasfondere la plasticità e la soavità raggiunta con la creta modellata? Visto il risultato, la risposta è affermativa. C’è da aggiungere che il successo ha trasformato la ‘bottega di Luca’, grazie al nipote Andrea ed alla sua numerosa progenie, in una”industria”, dalla quale si distaccò il solo Santi Buglioni, trasferitosi nel 1527 a Fontainbleu per completare la decorazione di quella residenza. (Gal)
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