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Roma, 9 dicembre ’10 (Fuoritutto) Ho conosciuto e frequentato tantissimi artisti, nessuno che fosse un bohemien o si atteggiasse a trasandato o facesse una vita sregolata. C’è stato un momento in cui le spalle della gente del cinema furono attorniate da sciarpe bianche alla Fellini. Ma era una moduzza, una specie di biglietto da visita. Al terzo lavaggio in tintoria le sciarpe vennero riposte nel cassetto. Sopra l’indumento non c’era l’intelligenza del Maestro di Amarcord.
La Boheme, una invenzione letteraria? Si e no! Si perche il libretto rifilato a Puccini l’ha scritto qualcuno, no perché tacciare gli artisti da immorali, da diversi, da marziani disadattati era parte del bagaglio ‘anticulturale’ di tantissimi piccolo-borghesi. Non ci credete? Due esempi. Federico Rossano, tra i grandi geni della pittura, è stato ripudiato dalla famiglia del colonnello padre ed ha trascinato durante la sua vita la sindrome dell’abbandono. Il mio amico Vincenzo Salvia, un pittore nato, itidem. Il padre, un medico di famiglia, valendosi delle sue conoscenze, non appena Vincenzo si diplomò, lo sbarcò in un paesino sperduto tra le montagne sopra Salerno ad insegnare disegno tecnico. Divieto assoluto di frequentare Napoli, l’Accademia di Belle Arti e l’ambiente artistico partenopeo.. Un cruccio che esplodeva al ricordo delle umiliazioni patite e dei lunghi viaggi in corriera per raggiungere l’eldorado. Che poi gli artisti siano degli squattrinati, o scialacquoni è una favola alla quale non crede neppure il fisco. A cena con Chagall ho dovuto ascoltare e contare i soldi che quel Maestro incassava per aver ‘consentito’ di serigrafare i foulards con le sue pitture. Manzù, prima di creare gioielli irrpetibili, su consiglio della moglie Jnge, era un cliente abituale di Bulgari. Ha lasciato al pubblico godimento addirittura il Museo di Ardea. Burri per fuggire il fisco, è andato a produrre reddito all’estero. Afro, ancora giovane, s’era tolto lo sfizio di acquistare lo studio di via Margutta, ceduto a Toti Scialoja in cambio di un appartamento ai Parioli. Poi siccome era troppo piccolo per le sue esigenze, si è regalato un megagalattico studio, un attico di via Bertoloni. Ed ancora s’è permesso di salvare dalla perenzione il Castello dei conti di Prampero, suoi primi ammiratori. Afro ha vissuto come un avveduto principe del Rinascimento. Anche Cagli e Guttuso hanno prodotto e goduto ricchezza. Renato che ha ‘sofferto’ in gioventù, anche dopo il premio Bergamo, tanto da dover fare il vetrinista alla Rinascente e l’illustratore di rotocalchi tedeschi durante la guerra, al primo soffio di fama è passato dallo studiolo di via Leccosa a quello munitissimo di via dei Ciancaleoni, per acquistare anche il Palazzo rinascimentale dal quale ha sfrattato imperiosamente la sua ultima conquista femminile. Omiccoli che ha iniziato tardi, manteneva tre famiglie, sanava i bilanci della bottega di via Margutta ed ha ricomprato l’appartamento di via Flaminia che il padre era stato costretto a vendere. Poi stanco di vedere la strada dal basso ha acquistato l’attico per godere Roma dai tetti. Non tutti hanno conti con sei zeri. D’accordo. Ma noti, notissimi o meno quale è quel professionista di grido che possa cambiare barca o aeroplano, invece dell’automobile? Monachesi comprava appartamenti in ogni posto dove andava per rifarsi dello sfratto subìto quando aveva il suo studio a piazza San Lorenzo in Lucina. All’esterrefatto magistrato che convalidava la finita locazione disse: Non posso andar via, in quella Basilica è sepolto Poussin, perché non me lo vende? Un’ultima annotazione. I soldatini americani, conquistato il Giappone, cercavano ‘gheishe’, forse influenzati dalla patetica storia di madame Butterfly – la signora farfallina- Rimasero male, malissimo, quando scoprirono che ‘quelle’ erano una sorta di monache laiche. (Gal)
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