crisi economicaPrecisamente il 7 agosto 2007, la Federal Reserve, massimo organo monetario statunitense, emetteva, appena prima dell’imminente periodo di vacanza estiva, un rassicurante comunicato sull’andamento dei listini di borsa nazionali ed internazionali. Pur segnalando una certa volatilità dei titoli finanziari, delle settimane precedenti, la Fed non esitava a riaffermare “…il perdurare dell’espansione dei livelli occupazionali e dell’economia globale ”.
Fu una diagnosi che solo due giorni più tardi , la Banca nazionale di Parigi (Bnp) contraddiceva radicalmente nel riconoscere – per la pressione di voci insistenti della finanza internazionale – di avere bloccato il ritiro di depositi di clienti di tre suoi fondi di investimento operanti nel mercato immobiliare americano, finalizzati alla concessione di mutui ipotecari.
Quell’ammissione dimostrava che i clienti beneficiari di quei mutui, erano in misura crescente incapaci di reddito sufficiente per far fronte al pagamento delle rate dei rispettivi piani di ammortamento.
Fu lo scoppio della crisi dei cosiddetti mutui “sub prime” che erano stati il perno della politica creditizia del paese tutto.
E’ interessante ricordare che l’episodio della Bnp agì da propulsore alla Bce di Francoforte , allora presieduta dal francese Jean Claude Trichet che, pur notoriamente prudente finanziere, non esitò a ricorrere ad un prestito, a condizioni ultra convenienti, a favore di 49 istituti di credito dell’area euro.
Tale iniziativa non incontrò l’adesione in terra americana, dove si preferì usare il metodo consueto del decorso fallimentare che ebbe il suo punto più acuto con il dissesto della Lehman Brother, la storica compagnia agglomerata americana.
Successivamente tuttavia anche per l’impulso del Quantitative easing europeo  (stampa di 60 miliardi euro mensile per un biennio a favore delle banche europee) anche gli Usa, il Regno unito ed il Giappone adottarono analoghe misure, tuttora in corso.
Insomma fu adottato un ciclo del tutto nuovo, (imitato presto parzialmente anche dalla Cina e dalla Russia) dove le monete venivano disancorate da ogni rapporto con i metalli preziosi o con la forza commerciale, il cui valore è calcolato empiricamente ed emotivamente, ogni giorno, essenzialmente sul prestigio delle singole nazioni emittenti.
Per ora l’apparenza ci descrive un processo di graduale concentrazione delle ricchezze, di una mobilità di capitali a tempo reale su scala mondiale, di una interconnessione economica a livello globale ed alla crescente supremazia delle banche in sede globale.
E’ chiaro tuttavia che gli equilibri politici internazionali sono giocati sulla base di congetture ad alto grado di emotività e che non poche nazioni (come quelle dell’Ue specificamente) hanno dovuto rinunciare alla propria sovranità monetaria e conseguentemente alla pienezza democratica delle sue istituzioni.
Quanto giovi agli equilibri politici mondiali ed alla coesione sociale nessuno ha la facoltà di poter dire, tanto meno di garantire: ma gli interrogativi restano e tutti devono essere consapevoli di un destino che sfugge sempre più alle aspettative delle masse popolari ma anche alla volontà risolutiva dei pochi potenti.
(Sorti)

 

Condividi questo articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn