fmi 2505La scena si è ripetuta un’altra volta, in occasione dell’incontro annuale del FMI (Fondo monetario internazionale) svoltosi a New York nel trascorso fine settimana. Quali che siano i risultati relativi alla propria situazione economica, è automatico che gli interventi e le dichiarazioni dei rappresentanti ufficiali della finanza internazionale concludono fatalmente con la sempiterna diagnosi: “Sì, l’Italia ha fatto alcune riforme, e partecipa in qualche misura alla ripresa economica, ma il problema di fondo è l’elevato ammontare del suo debito pubblico”.
Questa volta (ed almeno in un paio di occasioni precedenti) si è aggiunto il richiamo ad elevate poste di bilancio della costellazione delle banche italiane, relative a crediti per prestiti che difficilmente andranno a buon fine, per loro impossibile totale o parziale restituzione e definiti appunto “not performing loans” (prestiti che avranno un cattivo esito)saranno realizzati).  
Suscita commozione il nostro ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan che ormai da 4 anni rinnova dichiarazioni sempre dello stesso tenore, come appunto quella dell’altro ieri: “Siamo d’accordo che il debito pubblico deve scendere” e poi (dissimulando una ipotesi dell’irrealtà) “…è l’obiettivo del governo. Il debito scenderà nel 2017 e significativamente nel 2018”, assicura volgendo lo sguardo a terra.
Non sappiamo se Padoan sia intimamente veritiero o, come è più probabile, si senta obbligato a ripetere una previsione che non potrà mantenere: soprattutto ora che si aggiunge la summenzionata denuncia della vulnerabilità delle banche italiane (di cui, paradossalmente, poco più di un anno fa, proprio Padoan aveva dichiarato la piena solidità).
Da parte nostra riteniamo legittimo presumere che, almeno nel lambito del Debito pubblico, la maggioranza dell’opinione pubblica, finanziariamente più influente a livello globale, sia convinta che il nostro paese non ce la farà mai, dati i livelli di Debito pubblico ormai raggiunti (2.400 miliardi di euro), se non cambiano i canoni di valutazione o ne venga dimostrata l’erroneità radicale, come è appunto il caso italiano.
E’ presumibile infatti che in fondo la posizione italiana sia molto più redditizia ed interessante, se resta fondamentalmente un paese di servizio, con tanti connotati interessanti alla propensione pubblica al risparmio ed alla nota acquisibilità di segmenti del mondo creditizio, come notoriamente già da tempo avvenuto (storicamente, la Banca nazionale del lavoro, il Banco di Napoli..).
Ipotesi tanto più triste, perché è il percorso obbligato conseguente ad una politica europea che ha smarrito  irreversibilmente ogni vocazione federalista, ammesso che, fin dalle sue origini, l’abbia mai posseduta.
(Sorti)

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