primariepd La riconferma di Matteo Renzi alla segreteria del Pd, a dispetto del giubilo suscitato nel partito, ha ulteriormente modificato in negativo la funzione costituzionale del partito e soprattutto ne ha marcato il suo vassallaggio rispetto a fasce di opinione generale di cui è impossibile derivare l’esatta provenienza. 
I circa 1.800.000 votanti effettivi sono una dimensione numerica pari a circa 5- 6 volte il numero totale degli iscritti (di poco superiore ai 300.000), in misura superiore alle primarie precedenti. 
Il dato (dato e non concesso che la quasi totalità degli iscritti abbia effettivamente versato la loro scheda nelle urne) legittima l’affermazione del dissolvimento democratico della volontà dei militanti poiché risulta dal rapporto di almeno 4 elettori esterni contro 1 militante interno. L’incontrollabilità statistica, del profilo e della provenienza, del votante delle primarie non vanifica soltanto il grado di rappresentatività democratica del partito nella scelta del candidato emerso come vittorioso. 
Esiste infatti un altro punto dolente che inficia irreparabilmente l’essenza democratica di una consultazione che agisce, o meglio, è investita di funzioni paragonate a quelle di un congresso, determinandone una sorta di mutazione genetica. 
Dove cioè tutti i nominativi che entreranno a far parte come membri degli organi direttivi nazionali sono completamente ignoti agli elettori delle primarie aperte. 
Essi sono infatti predeterminati, ancor prima dello svolgimento delle elezione ed il cui numero corrisponderà in percentuale secondo il rapporto conseguito dal candidato di riferimento. 
Esemplificando, i membri della direzione nazionale del Pd staranno nell’assemblea di direzione nazionale del Pd con il coefficiente numerico analogo a quello ottenuto da Renzi (cioè il 70% circa dei voti ottenuti da lui nelle primarie stesse), e la cui scelta è completamente in mano ai candidati in lizza nelle primarie.
Ci sono altri motivi che renderanno assurdi gli entusiasmi ampiamente pubblicizzati nel largo terrazzo della sede nazionale del Pd, nelle ore successive all’inizio dello spoglio delle schede. 
Motivi che emergeranno presto e che dovranno fatalmente essere affrontati senza alcun supporto di elaborazione tematica corale e di valutazione di competenze del futuro corpo direttivo. 
E’ un quadro complessivo che, se non addirittura già deciso, inevitabilmente finirà per esserlo da un gruppo ristretto e con rapporti preferenziali diretti con il riconfermato segretario. Non occorre alcuna capacità particolare per cogliere quelle che sono le vocazioni del neo segretario, chiunque egli sia, e ciascuno può dedurre quali sono le verosimili prospettive politiche del partito tutto. 
Ma si capisce, con ogni evidenza, che specificamente il candidato vincente, vorrà e saprà attrarre a sé un nucleo di dirigenti, di provata attitudine e disposte a non contrapporsi mai all’esponente politico che lo ha estratto dal mazzo di coloro che ambiscono a tale destinazione di militante di partito. 
Non possiamo tacere che il partito è uno strumento irrinunciabile alla democrazia, sol che lo si sappia interpretare come essenziale alla vitalità democratica del paese. 
Solo se Renzi, che non è il principale o unico responsabile di tali mutazioni (anche costituzionali), saprà rendersi conto di questa esigenza, la sua vittoria di domenica potrà essere quel foglio bianco a cui, come anticipato da lui stesso, affiderà la garanzia del suo nuovo modo di governare.
(Sorti)

 

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