renzi ass nazNell’illusorio tentativo di riscattare la solitudine dei capannoni della (ormai non più nuova) Fiera di Roma, si sono riuniti i circa mille delegati del nuovo consiglio nazionale del Pd. Questi consiglieri sono il prodotto collaterale all’elezione del nuovo segretario, Matteo Renzi, emerso netto vincitore, dopo i due turni delle primarie del Partito.
Se l’elezione di Renzi ha almeno un suo crisma democratico conforme a regole, nella loro struttura essenziale già adottate ai tempi della segreteria Bersani, non altrettanto può dirsi della nomina e della scelta dei mille membri del Consiglio nazionale del partito.
Quei membri hanno fissato infatti i primi passi del nuovo corso politico, hanno eletto la direzione nazionale e, a cascata, la segreteria che affiancherà operativamente il segretario eletto.
Questi mille membri sono tutti, di fatto, nominati, direttamente o indirettamente, secondo i voti percentualmente ottenuti nelle primarie aperte, dai tre concorrenti alla segreteria del Partito: dal vincitore Matteo Renzi (70%), Andrea Orlando (19 %) e Michele Emiliano (11%).  
Questa è la seconda mortificazione consumata dalle primarie aperte, dopo quanto già denunciato in articolo precedente, in cui denunciammo che i militanti iscritti al Partito contribuiscono all’elezione del segretario, in misura non superiore al 20% rispetto a cittadini di provenienza e di credo politico, completamente ignoti.
Nel caso della scelta dei 1.000 membri del Consiglio nazionale, i criteri sono completamente oscuri, non essendo fissati, né preventivamente né posticipatamente, criteri alcuni di loro oggettiva scelta preferenziale.
Appare di conseguenza molto evidente come la linea di tendenza, che lo stesso partito di maggioranza da alcuni anni va perseguendo, nell’abbandonare gradualmente ogni scrupolo di gestione democratica del partito, risulta sempre più avulsa dalle indicazioni dell’art. 49 della Costituzione che perentoriamente prescrive il metodo democratico nei partiti che “concorrono a determinare la politica nazionale”.  
Politicamente, si può essere o meno concordi con l’inevitabilità di questa tendenza, o riconoscere addirittura il suo carattere internazionale, ravvisabile in Francia, Spagna e parzialmente nella stessa Inghilterra: di fatto tuttavia la violazione costituzionale diventa inevitabile.
Ma la crisi dei partiti, nell’accezione storica di grandi organizzazioni di massa, è inesorabilmente la demolizione del principio sociale e politico del Welfare, cioè, secondo noi, il lascito storico più nobile specificamente delle grandi socialdemocrazie, quella laburista in primis.
E’ quindi intrinsecamente discutibile ritenere che l’equazione della corrispondenza ideologica fra partito e rispettive categorie sociali, possa essere sostituita da un partito a concezione di marca leaderistica.
Non è, quest’ultima, una forma di evidente populismo (il leader che parla con il popolo senza mediazione) che, apparentemente, gli stessi leader attualmente sulla scena internazionale, dicono di voler contrastare?
(Sorti)

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