italia 1505Il nostro paese vive una crisi senza dilemmi, quasi accartocciato in una paralisi irreversibile, quasi a non lasciar trapelare alcuna ipotesi realistica di miglioramento. Si individua anzi, usando una media attenzione, un suo costante regredire nell’ambito stesso del mosaico europeo.
Tutte le statistiche più significative, dell’economia, dell’ecologia o della cultura, ma altresì la stessa sua autonomia ed il suo riconosciuto peso politico, risultano costantemente derubricati nelle liste di comparazione con gli altri paesi dell’Unione.
L’assenza di ogni dinamismo e di capacità di proposta soprattutto della classe politica, pur se non esclusivamente, determina da tempo il divorzio crescente dell’opinione pubblica dai propri rappresentanti istituzionali: parlamento, governo e, irrimediabilmente, i partiti.
Anzi, proprio nella funzione di intermediazione dei partiti, è diagnosticabile la criticità maggiore del sistema, ravvisabile nella trasformazione genetica dei partiti come strumento di potere monopolizzato dal rispettivo leader e non ormai più come luogo di elaborazione democratica di proposta politica.
Le conseguenze sono fatali perché includono non solo l’abbandono o l’attenuazione di ogni presupposto ideologico, fomite intrinseco di crescente disorientamento dell’elettorato tutto, ed il conflitto politico si sposta dal confronto delle tesi politiche alla tentata denigrazione dell’avversario, secondo le modalità della rissa.
Lo spettacolo che quotidianamente sperimentiamo fra Partito democratico e M5s è la cartina di tornasole in questo frangente politico nel quale lo stesso irraggiungibile accordo sulla legge elettorale è la cartina di tornasole della irrimediabilità della crisi italiana.
Nella quale la conseguenza peggiore sta nella ripetitiva incapacità degli esponenti politici di cogliere gli aspetti più nocivi della nostra crescente subalternità in sede europea ed internazionale: è significativo corollario la solitudine della nostra funzione dell’accoglienza mediterranea dei profughi africani e mediorientali.
Con l’umiliazione di trovarci costantemente nell’invocare la flessibilità dei conti del nostro bilancio e la pavidità con cui siamo stati, e tuttora siamo, incapaci di contestare le modalità con cui abbiamo costruito l’Europa: la contraddizione federalista ed il sopruso della moneta unica.
(Sorti)

Condividi questo articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn