sicilia elezioniGli elettori si sono espressi, in Sicilia come ad Ostia, in due differenti scelte istituzionali (la regione ed il governo di un municipio di Roma capitale), ma in un medesimo clima di rapporto non concluso, quasi un divorzio, con il partito democratico. Due realtà politiche, entrambe precedentemente governate dal Pd, che per diminuzione di votanti e per le preferenze espresse, hanno relegato il partito in terza posizione, dopo la coalizione di centro destra e dopo il M5s.
Il risultato della competizione elettorale stabilisce in modo univoco l’incapacità di dialogo dei democratici con l’opinione pubblica.
La diagnosi della disfatta si avviterà - le prime avvisaglie sono eloquenti - su errori tattici nella scelta delle alleanze, sull’inidoneità delle candidature e, soprattutto, sulla pervicace ricerca di responsabilità ad altri riconducibili.
Invece il Pd è storicamente in un gorgo di situazioni che risale alla mai perseguita ricerca della caduta dei presupposti storici e culturali che, per fatto biologico, dovevano identificarsi come l’asse ereditario del Pd.
Al contrario, sia nell’ambito del Partito sia in quello dei gruppi secessionisti del Mdp, sarà tutto un dissertare di scelte tattiche inconciliabili nella convenienza dei due tronconi in cui, dopo la trafila Ds e Pd, esso ha scelto un percorso di estraniazione crescente dall’elettorato tutto.
Ignorando l’origine internazionalista dei movimenti socialisti, con un pensiero cattolico non certo insensibile ai grandi temi incombenti sul pianeta, le dirigenze democratiche sono cadute nella repulsione graduale di ogni presupposto ideologico.
Fatica certo meno impegnativa dell’analisi critica dei fatti di principio, soprattutto nel modo di affrontare la realtà della dimensione europea di cui il Pd non ha saputo cogliere tutta la sua attuale profonda criticità.
Non solo ma ha contrapposto all’egoismo degli altri stati aderenti alla realtà europea, l’egoismo del gruppo e della fazione di potere, ed insensibile all’interesse pubblico.
Il resto è avvenuto da sé, con una aggravante per il Pd, perché, se non altro, per le provenienze che lo caratterizzavano, aveva in sé gli antidoti per cogliere i grandi errori ideali dei rispettivi precedenti storici e decontaminarli.
La ricerca di un leader forte ed elettoralmente vincente è stata la filosofia che si è inserita nella pigrizia culturale dei partiti e purtroppo anche nella cultura di sinistra, prima con Craxi, poi con pericolosa accentuazione con Renzi.
Così, contro i suoi stessi ideali, la scelta dell’indispensabilità del leader, ha creato le premesse per la fine del pensiero ideologico e politico, sostituendolo con il potere eccitante degli organigrammi di partito.
Con la doverosa riflessione che le responsabilità storiche non appartengono ai leader ma a coloro che li sostengono o ne sono stati subalterni, il quadro di queste ore può essere forse l’occasione significativa di una meditazione per riprendere un più decoroso cammino.
(Sorti)

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