assocameresteroOrmai abbiamo imparato a convivere con questo temine che identifica i prodotti agroalimentari che nel nome ricordano o fanno riferimento a quelli originali italiana, come la “mortadela siciliana” o la “pizza carbonara”. Di recente l’Assocamerestero, associazione che riunisce le Camere di Commercio Italiane all’Estero (78), ha reso noti i risultati di un’indagine condotta sul danno economico che questo fenomeno causa alle esportazioni di alcuni nostri prodotti in Europa e nel Nord America.
Nel 2017 ammonterebbe a ben novanta miliardi di euro. Valore che negli ultimi dieci anni è aumentato del settanta per cento, raggiungendo così un importo pari al triplo del nostro export alimentare, che nel 2017 si è attestato 32,1 miliardi di euro.
Da questa indagine risulta che il Regno Unito è il luogo dove queste imitazioni sono più economiche, 69% in meno degli originali prodotti in Italia, mentre per esempio i latticini e i prodotti caseari “taroccati”, in Francia e in Svizzera costa costano di più, il 13,9% nel primo caso e il 34,5% nel secondo.
Lo studio ha anche messo in evidenza che nelle aree interessate i prodotti più imitati sono i piatti pronti e surgelati (42%), seguiti dai già citati latticini (25,1%), pasta (16,1%) e prodotti a base di carne (13,2%).
“L’analisi condotta dalle Camere italiane all’estero - ha puntualizzato Gian Domenico Auricchio, Presidente di Assocamerestero - mostra un dato interessante: in alcune realtà e per alcuni prodotti, la scelta dell’Italian Sounding rispetto all’originale italiano non è legata a questioni di costo, ma piuttosto a due fattori: la difficoltà a volte di reperimento del prodotto autentico e la scarsa conoscenza da parte del consumatore straniero delle caratteristiche e della qualità del vero Made in Italy. Con il Progetto True Italian Taste stiamo lavorando proprio per far sì che la scelta del prodotto autentico italiano passi attraverso l’esperienza della sua eccellenza, coinvolgendo in oltre 200 iniziative oltre 500mila operatori del food e food lovers dei mercati di primo riferimento per il nostro export dentro e fuori il continente europeo. È solo grazie alla diffusione della cultura e dell’educazione al consumo dei prodotti 100% italiani, e lavorando sulle alleanze che le CCIE stabiliscono con le comunità d’affari locali, che sarà possibile arginare il fenomeno dell’Italian Sounding e recuperare le quote di mercato erose al nostro agroalimentare”.
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