Il greggio vola oltre i 100 dollari: le tensioni in Medio Oriente paralizzano trasporti e mercati

L’impennata dell’oro nero Lunedì i prezzi del petrolio hanno superato la soglia dei 114 dollari al barile, un picco che non si vedeva dal 2022. La causa principale risiede in una drastica interruzione delle catene di approvvigionamento e del traffico marittimo in Medio Oriente. Dopo la riapertura delle contrattazioni al Chicago Mercantile Exchange, il Brent, principale punto di riferimento internazionale, ha fatto un vero e proprio balzo del 23% rispetto alla chiusura di venerdì, piazzandosi a oltre 114 dollari. Una dinamica pressoché identica ha interessato il West Texas Intermediate (WTI), il greggio leggero statunitense, scambiato anch’esso intorno ai 114 dollari e segnando un rincaro del 25% dai 90,90 dollari precedenti. Si tratta di aumenti che fanno seguito a una settimana già bollente, durante la quale il greggio Usa era salito del 36% e il Brent del 28%. I prezzi all’inizio dell’anno viaggiavano al di sotto dei 60 dollari al barile.

L’imbuto dello Stretto di Hormuz e i tagli alla produzione Le crescenti tensioni nella regione del Golfo Persico stanno bloccando snodi cruciali per il transito energetico globale. Normalmente, circa 15 milioni di barili al giorno — un quinto dell’intero fabbisogno mondiale — passano attraverso lo Stretto di Hormuz, secondo le stime della società di ricerca indipendente Rystad Energy. Ora, a causa di insostenibili criticità legate alla sicurezza marittima, le petroliere sono di fatto ferme. Di conseguenza, i serbatoi di stoccaggio si stanno riempiendo a dismisura. Nazioni come Iraq, Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti si sono viste costrette a tagliare drasticamente la produzione, vista l’impossibilità di esportare regolarmente il greggio. Secondo le ultime segnalazioni, la sola produzione irachena sarebbe crollata del 70%.

Ad aggravare una situazione logistica già precaria, si registrano gravi incidenti alle infrastrutture chiave della regione. Il Bahrein ha segnalato danni ingenti a un vitale impianto di desalinizzazione dell’acqua potabile. A Teheran, fumo denso si è levato dai depositi di petrolio e da un terminale di trasferimento in seguito a incidenti notturni che hanno purtroppo causato la morte di quattro persone. Mohammad Bagher Qalibaf, presidente del parlamento iraniano, ha pubblicamente avvertito che l’impatto sull’industria petrolifera rischia di inasprirsi e finire fuori controllo.

L’onda d’urto sui mercati finanziari Il superamento di quota 100 dollari è visto da molti analisti di Wall Street come un vero e proprio punto di rottura per l’economia globale. I timori che i rincari energetici possano infiammare ulteriormente l’inflazione e frenare la spesa dei consumatori statunitensi — il principale motore dell’economia — hanno affossato i listini. L’indice Nikkei 225 di Tokyo è sprofondato di oltre il 7% nelle prime ore di lunedì.

Anche i futures statunitensi hanno aperto la settimana in profondo rosso. I contratti legati al Dow Jones sono crollati di ben 1.026 punti (circa il 2,33%), facendo seguito alla peggior contrazione settimanale da quasi un anno a questa parte, paragonabile solo al periodo degli annunci sui dazi di Donald Trump nell’aprile 2025. S&P 500 e Nasdaq 100 hanno ceduto rispettivamente il 2,05% e il 2,34%. Rick Rieder, CIO di BlackRock, ha spiegato ai clienti che i mercati sono palesemente nervosi. Ha sottolineato come l’incertezza sulla durata delle tensioni in Medio Oriente stia spingendo gli investitori a ridurre le posizioni di rischio e a cercare coperture immediate.

Le ripercussioni sui consumatori e gli scenari politici L’impatto si fa sentire pesantemente anche alla pompa. Negli Stati Uniti, un gallone di benzina normale ha toccato i 3,45 dollari domenica, segnando un aumento di quasi 50 centesimi in una sola settimana. Il diesel è schizzato a 4,60 dollari, con un rincaro settimanale di 83 centesimi. Intervenuto al programma “State of the Union” della CNN, il Segretario all’Energia Chris Wright ha cercato di rassicurare il pubblico, sostenendo che i prezzi della benzina torneranno sotto i 3 dollari “abbastanza presto”. Pur ammettendo l’imprevedibilità del momento, ha stimato che questa situazione critica durerà al massimo settimane, non mesi. Nel frattempo, anche il gas naturale ha registrato rialzi, arrivando a 3,33 dollari per 1.000 piedi cubi, in aumento del 4,6% rispetto a venerdì.

Le dinamiche geopolitiche restano estremamente complesse e non mostrano segni di allentamento. L’Iran, che esporta circa 1,6 milioni di barili al giorno soprattutto verso una Cina che ora dovrà cercare alternative altrove, ha recentemente nominato Mojtaba Khamenei, figlio dell’Ayatollah, come nuovo leader supremo. Dal canto suo, Donald Trump ha commentato la situazione domenica sera sui social, affermando che un aumento a breve termine dei prezzi del petrolio rappresenta un costo irrisorio pur di raggiungere gli attuali e prioritari obiettivi strategici nella regione. In assenza di dati macroeconomici di rilievo per la giornata di lunedì, l’attenzione degli investitori si sposterà presto sui numeri relativi all’inflazione, all’occupazione e al PIL in uscita questa settimana, oltre che sulle trimestrali di colossi come Hewlett Packard Enterprise, Kohl’s, Oracle, Dollar General e Dick’s Sporting Goods.