La Citroën ha sempre avuto il vizio di fare di testa sua. Se guardiamo alla storia del marchio, dai tempi della DS e della 2CV fino a quell’oggetto non identificato su ruote che è la Ami, i francesi hanno un’innegabile propensione per l’avant-garde. Certo, a volte tirano fuori il colpo di genio, altre volte il risultato è decisamente più cervellotico (qualcuno si ricorda della C3 Pluriel?). Oggi la gamma ruota attorno a un delicato e difficile equilibrio: mantenere quella stravaganza intrinseca e, al contempo, assecondare le logiche spietate di chi cerca semplicemente un’auto pratica per la famiglia. Per capire come a Parigi stiano gestendo questa transizione, basta mettersi al volante di due modelli che rappresentano le due anime opposte dell’azienda: la neonata compatta C3 e la più massiccia C5 Aircross Hybrid.
C3: squadrata, furba e con i piedi per terra
Partiamo dalla base. La nuova CITROËN C3 parte da un listino decisamente aggressivo di 16.700 euro e dimostra di aver capito come gira il mercato. Ha cambiato faccia, e non ci gira troppo intorno. Più squadrata, cofano alto, trasmette l’idea di essere un blocco solido, dominata da questa nuova firma luminosa a segmenti orizzontali e verticali tenuti insieme da una massiccia fascia nera che ingloba il logo. L’impronta a terra è quella di sempre, quattro metri spaccati, ma è lievitata in altezza di una decina di centimetri. E quei 19 centimetri di luce a terra (contro i miseri 13 della generazione passata) ti salvano letteralmente l’assetto sui crateri cittadini, permettendo alle sospensioni di fare un lavorone digerendo ogni buca senza per questo far coricare troppo la macchina in curva.
Dentro, la filosofia è chiaramente improntata al minimalismo. La plancia è strutturata su due livelli e ospita un display da 10 pollici facile da raggiungere, anche se, se decidete di andare al risparmio con l’allestimento base “You”, vi ritrovate con una banale clip per agganciare lo smartphone via Bluetooth al posto dello schermo. Meno esaltante il cruscotto digitale piazzato sopra il volante (che per inciso è rimasto piccolino ed ellittico): si legge bene, per carità, ma è avaro di informazioni. Scordatevi il contagiri o le mappe del navigatore.
In quattro si viaggia senza pensieri, lo spazio c’è. Il problema nasce quando cercate di accomodarvi sul divanetto posteriore o volete caricare una quinta persona: lo schienale è stranamente incassato e arretrato rispetto all’apertura della portiera, costringendo a qualche contorsione di troppo per entrare. Anche il bagagliaio ha i suoi limiti geometrici, con una bocca di carico un po’ stretta per colpa del taglio dei fari e un gradino di oltre venti centimetri tra la soglia e il fondo che vi farà maledire i pacchi pesanti.
Meccanicamente c’è poco da dirle. Il compatto 1.2 tre cilindri turbo a benzina da 101 CV spinge il giusto ed è accoppiato a un manuale a 6 marce che è un piacere da manovrare, fluido e dagli innesti morbidi. Se siete allergici al pedale della frizione c’è l’ibrida leggera, che promette di tagliare un po’ i consumi e monta di serie un valido robotizzato a doppia frizione e-DCS6. Già di base portate a casa la frenata d’emergenza, il mantenimento di corsia e il riconoscimento dei segnali stradali. Le versioni “Max” sono indubbiamente più ricche e gratificanti, ma fanno lievitare parecchio il conto in concessionaria, considerando anche che, tolta la vernice, la lista degli optional non offre grandi margini di personalizzazione.
C5 Aircross Hybrid: il salotto buono dalle forme audaci
Passando alla sorella maggiore, la Citroen C5 Aircross Hybrid, si entra in quel territorio dove i designer hanno potuto spingere molto di più sul pedale dell’eccentricità, pur dovendo rassicurare chi in fin dei conti cerca solo un SUV spazioso. Vi ricordate il particolarissimo concept Oli di qualche anno fa? Ecco, un po’ di quelle geometrie audaci sono finite qui. Presenza su strada ne ha da vendere, il che è oro in un mercato invaso da scatoloni tutti uguali. Eppure, a guardarla con occhio clinico, certi dettagli sanno di overdesign. I fari posteriori sono così zeppi di linee da risultare quasi distraenti, e quelle alette di plastica piazzate sui montanti posteriori sembrano appiccicate lì giusto perché avanzavano. È un’auto carica di elementi visivi.
È salendo a bordo, però, che la C5 Aircross svela il suo vero potenziale. Visivamente il salto in avanti rispetto al passato è notevole, l’ambiente è curato e molto design-oriented. Ma soprattutto, i sedili non sono semplici sedili. La sbandierata filosofia del sofa design qui funziona a meraviglia: larghi, soffici, veri e propri elementi d’arredo pensati per azzerare la stanchezza in autostrada. Dietro si sta belli larghi, anche se per ragioni imperscrutabili i sedili ora si reclinano ma non scorrono più longitudinalmente, perdendo qualcosina in flessibilità. Un mezzo passo falso subito compensato da un bagagliaio enorme, sfruttabilissimo grazie al piano regolabile, che passa da 565 a ben 1.668 litri a schienali abbattuti.
Gioie e dolori dell’ergonomia d’oltralpe
Al centro di tutto c’è questo enorme schermo a cascata per l’infotainment, il più grande che abbiano mai montato in casa Citroën. È nitido, reattivo, anche se la navigazione tra i sottomenù richiede un minimo di apprendistato. Promossa a pieni voti la telecamera a 360 gradi, vitale per manovrare la stazza del SUV in città, così come l’impianto audio che suona parecchio bene, al netto di quei tweeter sporgenti dalla plancia che esteticamente vanno un po’ capiti.
Poi però inciampi sulla classica ergonomia francese, progettata con logiche misteriose. Prendete il tunnel centrale: la piastra per la ricarica wireless del telefono e i portabicchieri sembrano pensati da due team che non si parlavano. I portabicchieri principali sono infossati malamente, roba che infilare e sfilare un caffè bollente in marcia diventa uno sport estremo, e ce n’è un altro secondario, minuscolo e quasi inutile, appiccicato al pad di ricarica. Aggiungeteci il massiccio maniglione della portiera, un blocco lucido scenografico ma che alla fine dei conti si impugna male. Per fortuna ci si consola con il grosso pozzetto sotto il bracciolo centrale che è refrigerato, una manna d’estate.
Va comunque riconosciuto a Citroën il grande merito di non aver ceduto al fanatismo del “tutto touch”. Resistono alcuni tasti fisici per il clima e, lode al cielo, c’è un pulsante dedicato e tangibile per la gestione degli ADAS. Lo premi una volta e richiami le tue impostazioni preferite, lo tieni premuto e spegni l’intero pacchetto. Un tasto vero, che trovi a tentoni senza guardare. Bocciato senza appello, invece, l’head-up display: hanno voluto farlo enorme e luminosissimo, col risultato che è diventato un ingombro visivo più che un aiuto. In teoria si può regolare smanettando nei menù, ma la soluzione più sbrigativa e gettonata finisce per essere quella di spegnerlo definitivamente.
Guidare le nuove proposte del Double Chevron significa, oggi più che mai, accettare qualche difettuccio pratico in nome del comfort assoluto e di una personalità spiccata. Che sia la pragmatica C3 da maltrattare nel traffico urbano o l’opulenta C5 Aircross per i lunghi viaggi, riescono a non essere noiose. E in un mondo automobilistico in cui i SUV assomigliano sempre di più a dei frigoriferi da cucina scialbi e asettici, avere un po’ di carattere basta e avanza.