“Costruisci i tuoi sogni”. È questa la promessa, per nulla modesta, che si cela dietro l’acronimo del colosso cinese BYD (Build Your Dreams). E per capire come stiano traducendo questa visione in realtà sui mercati europei, basta mettersi al volante della Atto 3. Parliamo di una crossover elettrica di taglia media a trazione anteriore che attacca il listino a 38.790 euro. Da fuori, le linee sono moderne e ben bilanciate, senza eccessi. Ma è aprendo la portiera che i designer sembrano essersi tolti qualche sfizio di troppo. L’abitacolo è a dir poco vistoso: la plancia ha un curioso andamento “a onda” e i sedili giocano su un bicolore blu e bianco ravvivato da impunture rosse. La vera chicca per smanettoni, però, è il display centrale dell’infotainment – da 12,8 o 15,6 pollici a seconda dell’allestimento – che tramite un comando può ruotare di 90 gradi piazzandosi in verticale.
L’interfaccia multimediale fa il suo dovere, complice l’ottima integrazione con Android Auto e Apple CarPlay. Peccato che l’ergonomia generale si perda in un bicchier d’acqua quando si tratta del climatizzatore: l’impianto è solo monozona e i comandi sono quasi tutti fagocitati dallo schermo touch, una scelta che costringe a distogliere lo sguardo dalla strada più del dovuto. E le stranezze non si fermano alla plancia. Nelle portiere, al posto dei classici vani portaoggetti rigidi (che tra l’altro sono piuttosto piccoli), ci sono delle corde elastiche. Un dettaglio estroso, certo, ma che all’atto pratico lascia un po’ il tempo che trova.
Su strada l’indole della Atto 3 emerge subito. I 204 cavalli sotto il cofano garantiscono uno spunto notevole, ma questa non è un’auto da misto stretto. L’assetto è tarato per farti viaggiare sul velluto: le sospensioni incassano benissimo le asperità regalando un comfort di marcia invidiabile, ma il rovescio della medaglia è un rollio fin troppo evidente se si alza il ritmo o si guida in modo un po’ più deciso. A dare energia al tutto c’è un pacco batterie da 60 kWh prodotto in casa dalla stessa BYD. Sfrutta una particolare chimica al litio-ferro-fosfato (LFP) nota per le eccellenti doti ignifughe. L’autonomia dichiarata è di tutto rispetto, ma la ricarica rappresenta il vero tallone d’Achille della vettura. Con un picco di assorbimento fermo a 88 kW, l’auto non riesce a sfruttare a dovere le colonnine ultrafast: per passare dal 10% all’80% di carica mettete in conto non meno di 44 minuti, tempi di sosta decisamente più lunghi rispetto a molte concorrenti dirette.
A risollevare il bilancio ci pensa una dotazione di serie che, rapportata al prezzo, è davvero massiccia. Finiture e assemblaggi convincono, e di base troviamo già chicche come il tetto panoramico apribile, i sedili riscaldabili a regolazione elettrica e i sistemi per la guida semiautonoma, il tutto blindato da una garanzia rassicurante di 6 anni o 150.000 km. Sul fronte della scelta, la forbice di prezzo tra le versioni Comfort e Design è minima; quest’ultima, offrendo in più il portellone motorizzato, lo schermo maggiorato e le luci ambientali, rappresenta probabilmente la quadratura del cerchio.
Ma se in Europa BYD punta a farsi spazio tra i privati con prodotti accessoriati e un po’ eccentrici, in patria sta giocando una partita a scacchi ben più complessa. Per capire le ambizioni del marchio bisogna guardare alla loro strategia aziendale e alla nascita del sub-brand Linghui. L’idea alla base è cinica quanto brillante: creare un ecosistema separato, dedicato esclusivamente alle flotte commerciali e al ride-hailing. L’obiettivo è blindare il valore residuo e la percezione del marchio delle vetture passeggeri premium, evitando che queste vengano svalutate o associate all’uso intensivo dei taxi.
L’apice di questa mossa strategica è il Linghui M9, un van ibrido ammiraglia che sta scaldando i motori in vista del lancio ufficiale, dopo che le prime immagini sono circolate quest’inverno. Sotto il vestito da “mezzo da lavoro” si nasconde un’architettura tecnica spaventosa. Parliamo di powertrain ibridi plug-in dual-mode di quinta generazione, abbinati a una matrice elettrica “otto in uno” e supportati da una gestione termica di altissimo livello. Il furgone è letteralmente imbottito di hardware e software, integrando il pacchetto di assistenza avanzata alla guida proprietario – dal nome piuttosto pretenzioso di “Eye of the Gods” – e la sofisticata piattaforma intelligente per il controllo del telaio DiSus.
Non c’è ancora un listino ufficiale per l’M9, ma le proporzioni dell’operazione si intuiscono guardando alla “sorella” berlina Linghui e9. Quest’ultima, che sfrutta la tecnologia Blade di seconda generazione per garantire ricariche fulminee indispensabili per chi lavora, attacca a 150.800 yuan (circa 22.200 dollari) per poi salire a 159.800 e 169.800 yuan per gli allestimenti superiori.
Il lancio del van Linghui M9 cade in una finestra temporale molto particolare per il mercato interno. La sua controparte destinata alle famiglie, conosciuta in Cina con il nome di Xia (o BYD M9), sta vivendo una domanda altalenante. Dopo aver piazzato 732 veicoli a gennaio e aver toccato la vetta di quasi 900 immatricolazioni a marzo, i dati di China EV DataTracker mostrano una flessione a 648 consegne nel mese di maggio. Segno che, in un panorama commerciale in così rapida mutazione, l’intuizione di scorporare il business delle flotte mettendoci in mezzo il meglio della tecnologia proprietaria potrebbe rivelarsi la mossa decisiva per stabilizzare i volumi, senza sporcare l’immagine della divisione premium.